Orientiamo l’orientamento

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OrientamentoTradizionalmente il mese di agosto non è tra i più gettonati per parlare di orientamento scolastico-professionale. Nella scuola italiana, infatti, si parla di orientamento quasi sempre a ridosso dei periodi burocraticamente pensati per registrare le scelte dei ragazzi.

Tuttavia, agosto è un buon mese per riflettere, anche sull’orientamento.

Per tale motivo, in questo articolo si proporranno alcune riflessioni sull’orientamento, poiché il momento migliore per riflettere, in realtà, è proprio quello in cui si è più liberi e si hanno meno distrazioni o preoccupazioni (le vacanze servono anche per fare “il punto della situazione”).

La questione dell’orientamento è fondamentale, poiché è a partire dalle scelte compiute sul proprio futuro e dalle loro realizzazioni concrete (o dai fallimenti) che gli studenti potranno costruire solide basi per realizzare la loro vita in maniera più o meno soddisfacente.

Una scelta ben ponderata, soprattutto in tempi difficili, può essere uno strumento potente per raggiungere grandi traguardi o traguardi soddisfacenti in futuro, anche quando si parte da condizioni di vita modeste.

Al contrario, in caso di fallimento o abbandono scolastico, in gioco non c’è soltanto l’esclusione da percorsi professionalizzanti elevati, da guadagni futuri soddisfacenti ma anche il proprio benessere.

Da anni, infatti, i dati di ricerca sottolineano la connessione tra abbandono scolastico e aumento significativo di rischi psicosociali personali (come, ad esempio, il rischio di consumo di sostanze o la possibilità di compiere atti antisociali ed entrare in percorsi di vita negativi)[1].

Considerando l’importanza dell’orientamento per la vita futura dei giovani, dunque, “quali principi possono orientare l’orientamento scolastico-professionale dei giovani?”.

La risposta alla suddetta domanda resterà aperta. Tuttavia, di seguito si vogliono fare alcune considerazioni sull’orientamento richiamando l’attenzione sull’importanza di ripensare l’orientamento a Scuola e nella nostra società in maniera realmente efficace, significativa ed utile per gli studenti.

Oggigiorno, infatti, l’orientamento non può più ridursi ad esclusiva e mera pratica testistica. I test, infatti, possono essere importanti ma non sono l’unico né il più importante elemento decisivo, soprattutto se gli strumenti utilizzati considerano il solo orientamento professionale (il lavoro che si vorrà fare da grandi), come se la pratica professionale fosse l’unica alternativa possibile. Di fatto, non tutti gli studenti si orienteranno verso una professione il cui inizio è a breve termine rispetto all’obbligo scolastico dei 16 anni (o 10 anni di scolarità). Molti giovani sceglieranno di terminare il ciclo della Scuola Secondaria di Secondo Grado, di iscriversi ad una Università o, addirittura, di percorrere il cammino offerto da un dottorato. Anche i test di prestazione possono essere poco utili se considerati in maniera esclusiva, poiché il punteggio ottenuto non può spiegare come gli studenti si comporteranno dinnanzi ai problemi o ai possibili fallimenti né se le difficoltà sono di tipo emotivo e se gli studenti sceglieranno di migliorare nelle loro competenze emotive (ad esempio imparando a collaborare, a gestire l’ansia o altro).

Inoltre, l’orientamento non può essere più un qualcosa che viene fatto senza un profondo processo di dialogo, senza tenere conto che, se fatto di fretta e con poca perizia, in molti casi rischia di comunicare agli studenti (soprattutto i più deboli) che il proprio destino è segnato dal verdetto inconfutabile di “uno strumento scientifico usato da un esperto”, dal giudizio di un gruppo di docenti o, peggio ancora, da un computer che in automatico e senza emozione emette un verdetto.

Ad alcuni la questione può sembrare banale perché, con i tempi di insicurezza che corrono, vi può essere anche la tendenza a dire che, in fondo, se si indirizza un giovane verso ciò che è alla sua portata probabilmente è solo un bene. In fondo, dare un buon consiglio è già molto.

Ma non è cosi!

Se completassimo l’orientamento con la pratica di dare consigli, in molti casi l’orientamento rischierebbe di divenire una pratica antiquata e sorpassata, praticamente inutile in un contesto globale caratterizzato dalla mutevolezza, dalla crescita vertiginosa delle innovazioni e, spesso e volentieri, dalla necessità di reinventarsi professionalmente e culturalmente in modi tutti da scoprire (il posto fisso tende a diventare sempre più un concetto astratto). Infatti, ad esempio, chi avrebbe mai pensato che gestire il blog di un personaggio famoso poteva essere una professione? I blog fino a qualche anno fa non esistevano. Chi avrebbe mai pensato che creare e amministrare un socialnetwork potesse diventare una professione? Chi avrebbe mai pensato che scrivere libri per ragazzi fosse un qualcosa di enormemente Redditizio? (per quest’ultimo aspetto Joanne Kathleen Rowling, Christopher Paolini, Stephenie Morgan Meyer ed altri smentirebbero subito chiunque pensi ancora che scrivere per i giovani non sia una professione possibile ed appagante. E pensare che pochi anni orsono gli scrittori per giovani sembravano destinati a dover fare la fame!). Chi avrebbe pensare che progettare APP per cellulari, del valore di pochi euro, avrebbe reso alcuni individui milionari?

L’orientamento come pratica, quindi, non può ridursi solo a far azzeccare una scelta in base alle possibilità presenti perché, se un giorno questa scelta non sarà più disponibile o possibile, la persona che non vedrà più le sue possibilità si ritroverà smarrita e costretta a riprendere tutto dall’inizio o, come accade in molte situazioni (soprattutto in tempi di crisi grave), a ricorrere a soluzioni estreme e tragiche.

Gli studenti, invece, potrebbero aver bisogno di sviluppare le competenze per l’orientamento, anziché ricevere un orientamento che li indirizzi in maniera passivizzante. Di fatto, la scuola secondaria di primo grado o “media” potrebbe avviare tale pratica, visto che ha finalità orientanti.

È un po’ come dire che potrebbe essere importante offrire agli studenti le competenze per far loro progettare e gestire un viaggio anziché organizzarlo, gestirlo al posto loro e trasportarli da un luogo ad un altro bendati, senza che sappiano dove si va e come ci si orienta o si torna indietro in caso di imprevisto o difficoltà. Questo è importante, perché i giovani possano imparare ad auto-orientarsi ed autogestirsi in autonomia nella vita, anche quando sono piccoli, oltre che nella Scuola ed in famiglia. Possono imparare a fare questo ammettendo le possibilità e l’importanza degli errori ed imparando a recuperare dopo uno sbaglio, oltre che compiendo scelte sensate.

Cosa si può fare allora?
Per arrivare ad aiutare i giovani ad acquisire competenze di orientamento (non solo ad azzeccare una scelta come in una sorta di cabala), può essere utile realizzare “impalcature” o strutture di apprendimento per pratiche di orientamento scolastico mature e meno meccaniche. Nel contesto italiano, questo potrebbe essere fatto tenendo in considerazione i seguenti aspetti.

  1. Nasce la necessità di trasformare l’orientamento in un processo (di anni), piuttosto che in un evento di pochi giorni. In questo processo, le persone possono imparare a più riprese, nel corso della propria esistenza, a scoprire le possibilità di cui dispongono ed a farle coincidere con i loro gusti e caratteristiche, o ad impegnarsi per colmare le eventuali lacune. Lo scopo, ovviamente, è prevenire una situazione estremamente dannosa che, purtroppo, avviene ancora di frequente: ridursi a riflettere sulla propria scelta a circa un mese dalla scadenza dei termini legali per l’iscrizione alla scuola secondaria di secondo grado (o dell’università). Se parliamo di ragazzi e ragazze che frequentano la scuola secondaria di primo grado, una possibilità potrebbe essere quella di posticipare la data della scelta di qualche anno in modo che, con maggiore maturità, gli studenti possano fare meglio. Ma la questione resterà pressoché identica se gli studenti non saranno stati formati a scegliere consapevolmente (finite le scuole secondarie di secondo grado, o le “superiori”, si troveranno nuovamente al punto di inizio quando dovranno scegliere a quale facoltà universitaria iscriversi o quale lavoro cercare). Si ritarderà solo il problema e, spesso, lo si ritarderà troppo. Tutto ciò è crudele e irrispettoso nei confronti dei nostri giovani ai quali, sempre più, facciamo richieste da adulti, negando il loro diritto alla crescita. A riguardo, dunque, far iniziare l’orientamento a Scuola sin dalla prima classe delle Scuole Primarie è fondamentale per insegnare da subito ai bambini a scegliere, ad inventare ed a maturare le competenze per risolvere i problemi in maniera costruttiva. In alternativa, sarebbe già un po’ più utile far iniziare l’orientamento dalle prime classi delle scuole Secondarie di Primo Grado, con buone pratiche di didattica orientativa (aspetto, questo, che sempre più sta iniziando a prendere piede ma siamo ancora in ritardo rispetto alle esigenze dei tempi che viviamo). Insomma, non sarebbe male inserire una materia di “autoconoscenza e scoperta delle proprie potenzialità”.
  2. Cresce la necessità di supportare la scoperta anziché l’acquisizione statica. Sembra perciò importante far divenire l’orientamento un processo in cui si insegni agli studenti a cercare le proprie alternative sia da soli che nel dialogo con la famiglia e/o la Scuola e, se serve, ad inventarle. Non ha più senso, quindi, limitarsi a dire agli studenti le possibilità future, in modo che le memorizzino e si adeguino ad esse passivamente. non ha senso neanche far arrivare ad essi solo il verdetto di un esperto che, spesso, suona come una condanna. In questo percorso, ovviamente, grande attenzione merita la motivazione dei giovani alla scoperta ed all’impegno di ricerca. L’impegno e la motivazione, ovviamente, possono essere considerate come variabili su cui intervenire nel processo educativo, anziché entità unicamente legate alle caratteristiche intrinseche degli studenti.
  3. Si può far spazio all’idea di coinvolgere le famiglie degli studenti. Fare orientamento, allora, implica coinvolgere i genitori degli studenti, perché spesso sono proprio essi ad essere disorientati ed a trovarsi in difficoltà nell’affiancare i figli nelle scelte. Soprattutto quando c’è la necessità di “arrivare a fine mese”, non è facile fermarsi per conoscere e capire tutti i cambiamenti delle possibilità offerte dalla Scuola e non è facile trovare il tempo per fermarsi a riflettere con calma insieme ai figli (anche per questo, come detto sopra, il mese di agosto può essere un buon mese per riflettere sull’orientamento). Per le famiglie, l’orientamento può assumere un senso ancora più ampio, perché diviene veramente un orientamento alla vita e, in questo, può dirigersi anche verso lo sviluppo di competenze per l’uso critico delle nuove tecnologie, oggi necessarie per le pratiche educative, oltre che per una supervisione ottimale dei figli e per un dialogo costruttivo con essi.
  4. È utile insegnare a conoscersi, per far capire agli studenti come si pensa e come il proprio pensiero può migliorasi (il proprio stile di pensiero o il modo in cui si gestiscono le emozioni sono aspetti educabili e non sono necessariamente caratteristiche fisse ed immutabili). In questo, la metacognizione (il pensare su come si pensa) è fondamentale. Come un atleta che dopo una gara rivede le registrazioni per comprendere i suoi errori, per capirli e per poter intervenire su di essi per migliorarsi, così gli studenti hanno bisogno di apprendere abilità per “rivedere” come pensano, risolvono i propri problemi e scelgono le loro soluzioni, in modo da poter migliorare tali abilità durante tutto l’arco di vita, anche quando la Scuola sarà un lontano ricordo.
  5. Va recuperato il valore pedagogico degli errori per insegnare agli studenti a riorientarsi dopo gli sbagli, perché un fallimento parziale all’interno di un percorso non venga ingigantito e considerato il fallimento di un’esistenza. Poter avere la serenità di sbagliare per imparare meglio è un regalo che Scuole e Famiglie insieme possono fare agli studenti, perché essi possano imparare a vivere senza avere la costante paura (o vergogna) di errare. Solo il fare i conti con i propri limiti in maniera serena può consentire di superarli o, qualora ciò non sia possibile, di accettarli.
  6. Serve rallentare, in un mondo che ci dice di andare sempre di fretta, selezionando le cose importanti dalle cose trascurabili. Per poter apprendere bene e, in futuro anche lavorare bene, serve avere il tempo fisiologico per dedicarsi all’acquisizione di competenze con costanza e con tempi e ritmi adeguati, altrimenti rischiamo di far fare ai giovani delle grandi indigestioni nozionistiche che servono a ben poco. Poiché è indubbio che non si possa fare tutto, per rallentare può essere utile dare le competenze di base che consentano di imparare ad imparare, insegnando ai ragazzi ed alle ragazze il valore della responsabilità nei confronti della propria autodeterminazione. È un po’ come dire che è insensato far mangiare ad un giovane la quantità di cibo di cui necessiterà in una vita nell’arco di qualche anno, sperando che accumuli come un cammello e che utilizzi le sue scorte al bisogno. Se questa quantità la si dà prima, pensando che verrà accumulata e smaltita nel corso degli anni, si rischia di offrire una forzatura che causa indigestione e la morte. Se questa quantità viene fatta assumere tardi, si rischia di affamare la persona e farla morire. Allo stesso modo, in educazione, se viene dato troppo prima, tutti gli sforzi fatti potrebbero essere stati eccessivi e sovraccaricanti; se viene fatto troppo dopo (nel momento in cui la persona ha fallito nella formazione e vive in situazione di problematicità sociale), la persona potrebbe essersi abituata a non pensare e, di conseguenza, potrebbe non essere più in condizione di utilizzare ciò che le viene offerto. Seguendo l’esempio, quindi, può essere più utile nutrire ed allenare una persona in maniera adeguata, in modo che quando le sarà richiesto sappia ricercare il cibo in maniera autonoma e nutrirsi lungo l’intero arco di vita.

Concludendo, sembra dunque importante sottolineare che l’orientamento necessita di essere guidato, o orientato, da una visione più ampia stimolata dall’alto delle Istituzioni che dirigono la Scuola con un occhio educativo, oltre che con fare burocratico, per il benessere dei giovani e della società che verrà. In questo, orientare l’orientamento scolastico significa creare una cultura dell’orientamento ed insegnare alle Scuole a creare cultura, per insegnare agli studenti a fare altrettanto, nel dialogo con le famiglie.

Tutto ciò, ovviamente, potrà essere notevolmete facilitato quando lo sforzo politico si dirigerà verso il tentativo di creare politiche che garantiscano veramente la possibilità di avere una sicurezzza di impiego (lavorativo e formativo) nel caso in cui si verifichi una condizione di cambiamento, costruendo in concreto la fexicurity o, come la chiamiamo in Italia, la flessicurezza … ma questa è un’altra storia.

Cristian Pagliariccio


[1] BONINO, S., CATTELLINO, E., CIAIRANO, S. (2002). Adolescenti e rischi. Comportamenti, funzioni e fattori di protezione. Firenze-Milano: Giunti Editore.

 

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