Risposte

Si può provare a prevedere se una persona giovane tenderà a compiere azioni di cyberbullismo?

cyberbullismo

Secondo il modello di Barlett e Gentile (identificato con la sigla BGCM), il #cyberbullismo è appreso precocemente attraverso ripetuti tentativi che offrono un insegnamento a chi lo compie.

L’aspetto centrale del modello poggia sull’osservazione di due elementi che fanno apprendere un atteggiamento da cyberbullo/a:

(1) la percezione di anonimato. Solitamente non c’è nessuno che osserva direttamente ciò che fa il/la cyberbullo/a. Inoltre, è difficile analizzare la situazione, considerando anche il fatto che la vittima non ha lividi o lesioni visibili che potrebbero essere ricondotte all’aggressore.

(2) sentire che la propria muscolosità è irrilevante online. Online si può prevaricare e sentirsi forti anche se si è fisicamente fragili o meno prestanti rispetto alle altre persone.

Ogni atto di cyberbullismo che va a segno, tende far aumentare queste due percezioni, sostenendo la maturazione di un atteggiamento positivo nei confronti del cyberbullismo.

Quando gli apprendimenti si consolidano, la persona passa dai tentativi sperimentali alla strutturazione di un atteggiamento favorevole al cyberbullismo.

È l’acquisizione di questo atteggiamento che favorisce le successive manifestazioni. Di conseguenza, tale atteggiamento è un potente fattore che consente di predire le future di condotte aggressive legate al cyberbullismo.

L’atteggiamento positivo nei confronti del cyberbullismo, dunque, è un potente predittore della messa in atto di aggressioni legate al cyberbullismo e può essere considerato valutando quanto le persone si sentono anonime e forti rispetto a ciò che fanno in rete.

BIBLIOGRAFIA

BARLETT, C. P., & GENTILE, D. A. (2012). Attaching others online: The formation of cyberbullying in late adolescence. Psychology of Popular Media Culture, 1, 123–135.

BARLETT, C. P., & KOWALEWSKI, D. A. (2019). Learning to cyberbully: An extension of the Barlett Gentile cyberbullying model. Psychology of Popular Media Culture, 8(4), 437–443.

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